Dio di Illusioni - Recensione del romanzo di Donna Tartt

5 Aprile 2020 -

Tecnica del flashback e aria da fiction americana: così si presenta il romanzo cult dell’autrice statunitense Donna Tartt, il cui titolo rimanda innegabilmente alla morte di Dio Nietschiana, intesa come fine di tutte le illusioni metafisiche su cui abitualmente si appoggia la mente umana. Un titolo, "Dio di Illusioni", che sintetizza e racchiude alla perfezione il significato simbolico dell’intreccio narrativo: un Dio, a cui sei ragazzi si appellano, nella stravolta interpretazione soggettiva di antiche credenze e saperi. Un romanzo in cui ciascuno dei personaggi principali presenta caratteristiche eterogenee, scoprendosi al lettore pian piano. Henry, Bunny, Francis, Charles e Camilla appaiono avvolti da un’aura di mistero,  che va ad intersecarsi e spesso scontrarsi con il sistema interno al romanzo (ambienti e personaggi della storia, tra cui lo stesso Richard, il protagonista), nonché con il lettore, che "osserva le vicende dall’esterno". Diade, triade e logica del branco: questi i meccanismi che traspaiono più volte tra le righe del romanzo, lasciando largo spazio ad una analisi sociologica sulla nascita e la costruzione dei rapporti interpersonali.

Nel primo libro il ritmo è talvolta eccessivamente lento, la narrazione dispersiva e ridondante di particolari riferiti a fatti e avvenimenti di poco impatto sulla trama. I periodi, troppo lunghi  e complessi, spesso destanti confusione nella mente del lettore, donano una sensazione di scarsa scorrevolezza, tanto che il racconto sembra non avere mai una fine. I rimandi alla letteratura greca e alla filosofia condiscono in maniera necessaria alcuni concetti, rendendo così più facilmente accessibile al lettore la psiche contorta dei personaggi principali.

E’ a partire dal secondo libro che si ha un’inversione di rotta: le scene assumono un ritmo più fluido, il che è probabilmente connesso al verificarsi dell’avvenimento clou dell’intero romanzo (la morte di Bunny), con tutte le implicazioni e complicazioni ad esso annesse.

Julian Moore, il professore che impartisce ai suoi allievi innumerevoli lezioni di vita, attraverso lo studio del greco e dei classici antichi, rappresenta per i ragazzi una sorta di mentore. Ma se per i ragazzi è una figura di spicco, all’interno del romanzo assume un ruolo alquanto marginale. Le aspettative iniziali del lettore sul suo conto vengono disilluse; troppo poco spazio è infatti dedicato al suo personaggio. Gli "astratti principi da lui imposti" risultano tali nel senso più profondo del termine: poca concretezza e assoluta relatività nella distinzione tra ciò che è bene e ciò che è male. Il che contribuisce notevolmente alla creazione di un clima già di per sé macabro e angosciante.

Il romanzo, nel suo complesso, sembra seguire un andamento irregolare, come in un grafico lineare in cui il coinvolgimento del lettore sfiora picchi di alti e bassi.