A Mid-Century Don Pasquale

Torna il Don Pasquale di Donizetti, assente a Cagliari dal 2002.

18 Maggio 2021 -

Finalmente si torna. Finalmente il Teatro Lirico di Cagliari riapre le sue porte al pubblico. Finalmente possiamo dire «siamo tornati all’Opera». Un’agognata attesa durata quindici lunghi mesi – da quel di Pagliacci, diretto da Daniela Zedda, andato in scena dal 28 febbraio. Certo, non possiamo dire di essere stati del tutto a bocca asciutta (dobbiamo pur sempre menzionare la rassegna estiva ClassicalParco, Autunno in Musica tenutisi in presenza di pubblico, ed i successivi streaming su Videolina), ma l’appagamento nel potersi sedere a teatro ed assistere ad un allestimento operistico, è sensazione che stava sfumando dalle nostre memorie.

L’arrivo del colore giallo – il più primaverile di tutti – ha sancito finalmente la riapertura anche del Nostro Teatro. Al di là degli incresciosi fatti degli ultimi mesi, sentiamo comunque il bisogno di dire il nostro grazie. Grazie a tutti professionisti dello spettacolo che hanno reso questo possibile. Grazie alla resilienza di chi si è battuto per la cultura e lo spettacolo dal vivo.

Anticipata con scarso preavviso, questa timida e piccola stagione primaverile del Lirico – che conta appena due appuntamenti – ci dà un assaggio di quanto dovrebbe aspettarci a poche settimane in Piazza Amedeo Nazzari. Primo appuntamento, un classico intramontabile del melodramma, quello buffo, Don Pasquale di Gaetano Donizetti, sotto la regia di Antonio Albanese e la conduzione di Francesco Ommassini.

La trama, senza tempo, largamente sfruttata nel corso della storia dell’Opera da numerosi librettisti e compositori, declinata in altrettante forme, si affida ad una semplice successione di imbrogli, malintesi e travestimenti, chiudendosi con lieto fine. Un genere costituito da moduli drammaturgici consolidati che consentono il repentino cambio di registro: ora serio, ora comico.

Quanto andato in scena ieri sera, 17 maggio, è un allestimento gradevole e senza pretese, tradizionalista, trasposto dal suo regista entro i limiti imposti (ed impostisi) dal libretto. La figura di Don Pasquale, intorno al quale ruota l’intera vicenda, è immaginata da Albanese come un anziano imprenditore vinicolo, portando l’ambientazione in una villa di campagna attorniata da vigneti – di fatto è questa l’unica licenza che il regista si prende nei confronti del compositore. Come negli allestimenti più tradizionalisti, la scenografia (originale della Fondazione Arena di Verona) non gioca un ruolo fondamentale: accenna un mondo tanto plausibile quanto fittizio, nel quale i personaggi si muovono senza realmente interagire con esso. Il tutto circondato da una sempre verde aurea mid-century.

Ottima la prova di orchestra, solisti e coro ai quali è diretto il generoso plauso di pubblico. Menzione speciale al Maestro Ommassini ed al direttore del coro Giovanni Andreoli. Doverose, infine, le poche parole dal soprintendente Nicola Colabianchi, al termine della recita, espresse in un obbligato e tardivo «bentornati a Teatro, è un piacere avervi qui».