Recensione del libro "Figlia del silenzio" di Kim Edwards

26 Maggio 2018 -

Scrivere un libro, a mio avviso, è sempre un po’ come mettere al mondo un figlio. Almeno per chi è del mestiere, o comunque decide di coltivare un progetto editoriale di un certo calibro con amabile dedizione : questa la prima riflessione personale richiamata e rafforzata dal titolo del romanzo. Nato dall’incontro dell’autrice Kim Edwards con un personaggio di sua conoscenza, e partorito faticosamente dopo un travaglio lungo anni, "Figlia del silenzio" si configura come un romanzo moderno, benché ambientato in un lasso di tempo (non proprio recentissimo) che abbraccia più di un decennio, partendo dagli anni 60 per giungere al finire degli 80.

Curioso successo del passaparola, si presenta, fin dalle prime righe, come uno di quei libri che è facile  immaginare, fin da subito, esser ambientato in America, soprattutto  per la semplicità dello stile (che evoca il genere harmony e, allo stesso tempo, uno di quei romanzi per adolescenti in perfetto stile "Nicholas Sparks" o "Twilight").

Una lettura leggera che non richiede alcun tipo di impegno, insomma, con periodi scorrevoli, descrizioni semplici e minute, situazioni e scene perlopiù narrative, caratterizzate dall’interagire di personaggi delineati come differenti e complementari tra loro. I profili psicologici di questi emergono più facilmente grazie alle capacità deduttive del lettore, che alla volontà dell’autrice di volerne esternare completamente la personalità, scavando a fondo ed esplorando le motivazioni più profonde del loro agire. Considerando il rovescio della medaglia, probabilmente, il "segreto" del successo avuto dal libro è proprio questo : l’esser un romanzo del popolo, dai contenuti facilmente accessibili, incentrato più sulla vicende narrative che sulle implicazioni psicologiche che queste comportano. L’immediatezza, il rimando al quotidiano, le scene di facile visualizzazione : tutti elementi che, se da un lato contribuiscono a rafforzare l’idea che "Figlia del silenzio" possa essere catalogato all’interno di quelle che potremmo definire "banali americanate", dall’altro carpiscono in maniera notevole l’attenzione del lettore, stuzzicandone la curiosità e facendo leva sulla componente emotiva.

Il racconto, per quanto romanzato, risulta infatti avvincente. E ancora volta, grazie ad un segreto: quello custodito per anni da David, rivelato poi a Norah, sua moglie, quasi sul finale, nel più insospettabile dei modi.

Già con la morte precoce di David (si perdoni lo spoiler), ecco che la trama melensa, sdolcinata ed apparentemente improntata ad un finale scontato, subisce un’inversione di rotta, creando un effetto suspense nel lettore. Prima ancora, un preludio alla suspense è fornito dalla descrizione della figura femminile classica, incentrata sugli aspetti della cura e impersonificata da una Norah "angelo del focolare", compagna fedele e paziente; immagine che scompare, a partire dalla metà del romanzo, per far posto ad una Norah libera ed indipendente, consapevole del proprio fascino fisico ed intellettuale. C’è dunque da ricredersi anche sul fatto che si tratti di un romanzo "antifemminista", come da impressione iniziale.

Alcuni aspetti, o meglio temi fondamentali ai fini della narrazione, vengono trattati solo in superficie: non viene approfondito, ad esempio, il legame che intercorre tra David e la giovane Rosemary (si tratta forse di un rapporto teso a riprodurre idealmente la relazione padre- figlia "perduta"?). Informazioni scarse pervengono anche sul tema della crescita di Phoebe, almeno sotto l’aspetto istituzionale: viene indicato che la ragazza è stata allevata da Caterine, ma non vi è alcun riferimento particolare concernente l’eventuale iter di affido o adozione. La scelta dell’autrice, pur contribuendo a render l’intera narrazione meno realistica,  potrebbe esser in entrambi i casi giustificata dall’intenzione di far leva su aspetti differenti.

Torniamo dunque all’emotività, elemento cruciale, in quanto tra i problemi principali di chi scrive vi è in primis quello di trasmettere qualcosa, servendosi delle parole. L’altalena emotiva prodotta da "Figlia del silenzio" oscilla tra commozione, sentimenti positivi e un briciolo di tristezza, senza che nessuna di queste, almeno per quanto mi riguarda, eserciti una qualche forma di predominio sull’altra. In questo mix di emozioni, che segue un andamento pressoché regolare, il finale è, contrariamente ad ogni aspettativa in merito, una sorta di happy ending alternativo, in cui il sentimento dell’amore tra fratelli fa da padrone.

Il giudizio complessivo sull'opera è, ad ogni modo, discretamente positivo.