Recensione "Addio Fantasmi", romanzo di Nadia Terranova

9 Ottobre 2019 -

Candidato alla vittoria dell’odierna edizione del premio Strega, il romanzo di Nadia Terranova, "Addio Fantasmi", rivela fin da principio il proprio lato intrigante. Chiaro ed esplicito, violento come un pugno allo stomaco e diversamente sentimentale da scatenare quasi ilarità, specie nel descrivere le relazioni interpersonali.

L’utilizzo della prima persona rimanda, in un racconto dalla trama così semplice e poco articolata nell’azione, alla dimensione di un’intimità violata. Figure retoriche come l’ossimoro in prima pagina "Scrivevo finte storie vere" rafforzano concetti e pensieri latenti come le contraddizioni di cui Isa, la protagonista, è prigioniera.

La narrazione è suddivisa in brevi capitoli dai titoli perfettamente inerenti agli argomenti trattati, ma per nulla scontati, frutto di ragionamenti deduttivi e descrizioni dei fatti che, partendo dal generale, giungono infine al particolare. Il ritmo, nella prima parte fluente, incalzante e musicale, assume, all’inizio della seconda, una battuta d’arresto: le sequenze narrative sono decisamente più lente, l’entusiasmo iniziale si smorza prontamente lasciando spazio ad una narrazione dal ritmo circolare. Tutte le azioni, fatti e pensieri riconducono  infatti all’ avvenimento principale, la sparizione del padre della protagonista, e ciò si rivela, nonostante la ripetitività ossessiva e a tratti quasi fastidiosa,  più che funzionale alla trama. Gli stessi comportamenti umani, descritti in una maniera tanto cruda e reale da permettere molto più che una semplice immedesimazione nelle vicende dei personaggi, vengono abitualmente spiegati come riconducibili o derivanti dall’interazione umana su cui ci si interroga più di tutte le altre, conseguenze annesse : quella tra Isa e la figura paterna. Basta pensare al rapporto della protagonista con il marito, segnato dalla routine e dall’abitudine, o alla relazione tra Isa e la sua migliore amica, Sara, non certamente priva di incomprensioni.  In maniera per nulla semplicisitica e peraltro esaustiva, come fosse una teoria applicabile a più casi concreti senza generalizzazioni, l’autrice non cade mai nella trappola del "fare psicologia spiccia", riuscendo nell’intento finale di districare la matassa.

Nonostante la presenza di alcuni periodi lunghi e complessi da parafrasare, e le poche descrizioni precise e molto sfumate, traspare dall’intera narrazione molto sentimento, fantasia e abilità nel rendere "speciale il quotidiano" , ricamandoci su storie e personaggi, le cui caratteristiche si evincono perlopiù implicitamente, leggendo tra le righe ed interpretandone i comportamenti. 

La lettura è complessivamente piacevole e la morale finale contiene un indubbio messaggio positivo, utile alla rielaborazione di qualsivoglia lutto, seppur dal contenuto ancora acerbo. L’insegnamento e il superamento della condizione di "eterna mancanza" rimangono infatti ancora sul piano astratto, collocabili immaginariamente sull’ hic et hunc, senza che vi sia una reale applicazione di quanto appreso sul piano pratico. Bisognerebbe infatti conoscere il seguito delle vicende di Ida per poter esprimere un parere in merito.  Unica certezza, nonché leggera pecca, la consapevolezza con cui continua ad esser percepita, sino alla fine, la distanza tra sé stessi e gli altri: "delle vite degli altri non so molto, ma se aprissi uno spiraglio la mia solitudine diventerebbe affollata. Forse domani sarò pronta schiudere la mia porta. Ora no."

Un finale che, rifiutando l’utopia e la perfezione idilliaca,  richiama ancora una volta  una maggiore autenticità, in un romanzo in grado di smuovere gli animi, toccante dal punto di vista emotivo ed in grado di lasciare il segno.