ROAD TO JUSTICE

13 Ottobre 2018 -

 

Road to Justice è un progetto di rilettura di opere in prestito e della collezione MAXXI. In parallelo con la mostra African Metropolis, il museo fa dialogare le diverse prospettive di artisti legati al continente africano per creare un immaginario differente e non stereotipato attraverso un focus sui temi di giustizia sociale e trasformazione del contesto urbanistico.

Gli artisti in mostra sono custodi della memoria degli avvenimenti che hanno caratterizzato la storia del continente, scandita da violenze e alterazioni di equilibri politici, sociali e religiosi che hanno portato al progressivo sgretolamento di intere culture. Le loro opere diventano strumenti per diffondere e ricordare le consapevolezze legate alle sofferenze scaturite da apartheid, deportazione, schiavitù, colonizzazione, soppressione dei valori e sfruttamento di risorse e territorio.

La mostra inizia con ventidue manganelli disposti a raggiera su una parete gialla. La forma esteticamente armoniosa dell’opera non rende immediatamente riconoscibile la brutalità dell’uso di armi come materiali, ma fa concentrare lo spettatore sulla geometricità della composizione prima di innescare un 

senso di profondo disagio. T.W. Batons (Circle) traduce in composizione geometrica la denuncia dell’artista Kendell Geers, che parte dall’esperienza diretta di fenomeni di repressione politica e apartheid immediatamente precedenti alle elezioni sudafricane del 1994, che portarono all’elezione di Nelson Mandela. Geers riesce a conciliare la ricerca dell’eleganza al ruolo di arte al servizio delle lotte 

sociali con uno stile anticonvenzionale caratterizzato da elementi visivamente forti e provocatori.

Anche It's a Pleasure to meet you tratta la violenza, a partire però dai temi di riconciliazione, condanna e perdono. Questo duplice video di Sue Williamson assume la forma di un libro e mostra il dialogo tra due persone reali con esperienze passate simili: la morte dei rispettivi padri durante l’apartheid per mano della polizia in un momento di repressione politica. L’artista non svolge un reportage asettico ma, a partire da storie private spinge lo spettatore a rapportarsi alle ingiustizie provate sulla pelle dai due ragazzi, nel tentativo di superare i traumi in una realtà post-apartheid.

Meno politico, ma più intimo e privato, è 4160 di Malik Nejmi, un’opera autobiografica che si ispira alle sue memorie private a metà tra documentario e performance. Il numero nel titolo si riferisce alla tomba di sua nonna, rappresentazione del viaggio tra Italia e Marocco svolto per ritrovare le proprie origini culturali e combattere il senso di sradicamento della propria identità.

Michael Tsegaye raccoglie in un viaggio reportage una serie di fotografie sospese che vanno dal 2008 al 2012 e raccontano le trasformazioni storico-politiche dell’Etiopia rendendola metafora della situazione dell’intero continente. L’autore tenta di fermare con i suoi scatti i cambiamenti urbanistici, sottolineando il contrasto cromatico tra elementi tradizionali e l’avanzamento delle periferie.


Tre mappe manipolate da Moshekwa Langa sono parte di una serie che ha come base cartine geografiche di regioni sudafricane che vengono alterate da interventi grafici. L’artista ragiona su contraddizioni e problemi a partire da un elemento geopolitico.

Chiude la mostra Black Jesus Man di Marlene Dumas che come la prima opera si trova su una parete gialla. Dumas usa il colore nero in un modo volutamente fuorviante: potrebbe essere usato solo per rappresentare le ombre poiché il volto ha tratti europei. Gioca su queste ambiguità rappresentative per sfidare la percezione di discriminazione e pregiudizi, lasciando un’interpretazione aperta ma allusiva alle sue opere.

 

 

 

 

Giulia Doneddu

Mostra visitata il 13 ottobre

22 giugno 2018 – 14 ottobre 2018

ROAD TO JUSTICE, a cura di Anne Palopoli

MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Galleria 5

https://www.maxxi.art/events/road-to-justice/