African Metropolis

13 Ottobre 2018 -

Insieme a Road to Justice, con la mostra African Metropolis il MAXXI crea un paesaggio artistico d’incontro tra tradizione e contemporaneità e proietta i visitatori in una città immaginaria: una metropoli contemporanea in continua mutazione. Non appartiene a nessuno – pur essendo di tutti – e come un organismo vivente cambia con l’ambiente circostante e gli abitanti. La mostra riflette a diversi livelli sui rapporti tra luoghi, culture, lingue, tradizioni e comunità dell’Africa, lasciando che lo spettatore si riconosca e si immerga nelle realtà eterogenee che convivono e si fondono nella metropoli. Questa indagine sul senso di appartenenza e identità individuale è comprensibile solo dopo essersi perduti in questa realtà fittizia e mutevole che fa ripensare se stessi e gli altri in termini diversi. Nello spazio museale romano le opere di 34 artisti vengono etichettate come arte africana per avere la possibilità di contenerla in qualche modo, nonostante "un artista africano faccia arte, non arte africana". Alla base vi è l’idea che definirla in questo modo sarebbe fuorviante, per via della varietà culturale ed etnica interna a questo meraviglioso continente. 

Percorrendo African Metropolis si è accompagnati da Urban Symphony: installazione sonora di Lucas Gabriel proveniente da varie sorgenti sparse nello spazio espositivo, che raccoglie voci e rumori di diverse città africane come Yaoundé o Dakar in una polifonia apparentemente priva di riferimenti spaziali.

Le Merchand de Venise è una fotografia di K. K. Henda che in omaggio all’opera teatrale di W. Shakespeare, rappresenta un musicista senegalese, il cui attuale lavoro è espresso attraverso la parola "mercante" che – con una punta di ironia – dovrebbe nobilitarlo ai nostri occhi. La figura ci guarda negli occhi, per evidenziare il cambio di statuto e l’umanità di ciò che viene spesso visto in modo asettico allo stesso modo degli oggetti di compravendita che porta con sé. Henda "trasforma in eroi shakespeariani i venditori ambulanti africani che popolano i luoghi turistici di tutta Europa". 

 

In Bureau d’Échange: BrainCotton, Stone, M. Gaba inscena il mercato di scambio di moneta e materiali, ponendo su ognuno dei tre banchi merci di scambio paradigmatiche: oro, metalli e risorse naturali; cotone, simbolo di colonialismo e sfruttamento; un cervello, metafora di ciò che viene messo in vendita. Non viene visto lo scambio in atto, immaginato sopra ombrelli spogli che indicano speculazioni finanziarie senza tutele che hanno portato alle attuali crisi economiche.


Falling Houses di P. M. Tayou richiama la fragilità, l‘insicurezza e l’incostanza dell’esistenza. L’artista crea un’installazione che ricorda delle case capovolte e appese al soffitto, composte da immagini astratte e confuse – rimandando al romanzo Le cose che cadono di C. Achebe – per dare 

vita all’idea di crollo fisico di pregiudizi e controllo del continente africano.

 

Labyrinth di Y. Limoud presenta una costruzione labirintica tra stabilità e rovina, in equilibrio precario tra ordine e caos e con muri irregolari che crollano gli uni sugli altri. L’opera è una riflessione urbana e politica sulla minaccia onnipresente delle macerie nella nostra esistenza, che si ripiega su se stessa trasformandosi a sua volta in una sorta di labirinto.

Tre sculture appartengono alla serie Gun Dogs di L. Munroe, che riflette sullo spazio urbano come conflittuale e su come cambia lo statuto di un’arma in base a chi la possiede. Il nome indica una street gang che operava nei quartieri di Nassau che usava il cane da guardia come simbolo: metafora dell’uomo che comunica il desiderio di predominio. 

Infine, Le Salon Bibliothèque è un’installazione di H. Hajjaj che spinge i visitatori all’interazione tra loro e con i volumi in essa racchiusi. L’artista "reinventa il salone borghese inserendo oggetti propri della strada", realizzando lo spazio e l’arredamento attraverso l’uso di materiali di recupero. 

, accompagnate dal progetto di mediazione interculturale Afropolitan, in cui dei ragazzi – provenienti dal continente africano, di seconda generazione o autoctoni – accompagnano il visitatore in un dialogo attraverso questa metropoli immaginaria. 

Giulia Doneddu

Mostra visitata il 13 ottobre 

22 giugno 2018 – 04 novembre 2018 

AFRICAN METROPOLIS. UNA CITTÀ IMMAGINARIA - a cura di Simon Njami, co-curata da Elena Motisi 

MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Galleria 3

https://www.maxxi.art/events/african-metropolis/