Un'attesa lunga 143 anni

Torna in scena al Teatro Lirico di Cagliari Attila di Giuseppe Verdi

28 Settembre 2019 -

Dopo 143 anni di attesa, Attila, di Giuseppe Verdi, torna nel cartellone della stagione operistica cagliaritana. L’ultima esecuzione è attestata presso il Teatro Civico di Castello, durante il 1876. 

Tratta, riadattata, quasi interamente riscritta da Temistocle Solera, sulla tragedia del tedesco Zacharias Werner Attila, König der Hunnen (1808), ci riporta la vicenda, in bilico tra mito e storia, della discesa di Attila in Italia che, dall’assedio e distruzione di Aquileia, giunge a Roma (metà del V secolo d.C.). La sua marcia sull’Impero Romano occidentale, l’invasione della Città Santa sono fermate dal papa Leone I, da Solera e Verdi chiamato semplicemente vecchio romano - trovata essenziale per ovviare al problema della censura cattolica di metà Ottocento, ma che comunque conferisce al personaggio una certa autorevolezza e saggezza: personaggio cardine, che riesce a fermare un invasore, un nemico per il cristianesimo e la Chiesa stessa, un deus ex machina che porta alla conversione del pagano. L’Attila di Verdi si presenta sostanzialmente come un personaggio empatico, positivo, in aperto contrasto con i nazionalisti - o patriottici - personaggi che gli fanno da contorno: Foresto, Ezio, Odabella, che di fatto tengono le sorti dell’intero dramma con i loro inganni e false promesse. Un’opera basata, come la tradizione romantica vuole, più sulle inquietudini ed amori, piuttosto che sulle campagne militari per la conquista del mondo. 

Fin dalla sua prima esecuzione, al Teatro la Fenice di Venezia, il 17 marzo 1846, l’Attila del Cigno di Busseto ha diviso pubblico e critica, non riuscendo ad ottenere il successo sperato. Certamente non si tratta della miglior opera scritta dal compositore, specie considerando che, nella sua cronologia, è letteralmente schiacciata da capolavori indiscussi del panorama operistico, quali Ernani (1844), Giovanna d’Arco (1845), Macbeth (1847), tant’è che riuscì a ricavarsi un posto a margine del repertorio ottocentesco. 

Nella produzione proposta dal Teatro Lirico di Cagliari, per questa stagione 2019, è stato impiegato un nuovo allestimento in coproduzione con l’Opera di Stara Zagora (Bulgaria), dal gusto classicheggiante: una scenografia che rispetta «i luoghi e il contesto storico», dice il regista Enrico Stinchelli. Al podio l’immancabile Donato Renzetti – che nel solo Teatro Lirico ha diretto Fastaff (2016), Suor Angelica/Turandot (2018), Madama Butterfly (2018), Tosca (2019) – che con abile maestria e professionalità ha saputo gestire una partitura concitata, ricca di pathos.

Ottimo il coro diretto dall’arcinoto Maestro Donato Sivo. Ottima la performance, fin dalla prima sillaba, del protagonista, il basso Marco Spotti (Attila), affiancato da un altrettanto capace Giovanni Meoni (Ezio). Più timida, almeno durante il prologo, la performance di Susanna Branchini (Odabella), ma che ha saputo emergere in particolari scene – da citare è la sua interpretazione durante il terzo atto, ndr. Risulta invece inadeguato al suo ruolo – non tanto per il particolar timbro, quanto piuttosto per la capacità interpretativa – il tenore Angelo Fiore (Foresto). 

Scenografia classicheggiante, come detto, fissa per tutta la durata della messinscena, che rappresenta ora la piazza di Aquileia, ora le lagune adriatiche di Rio Alto (prologo), per diventare quindi un bosco, l’accampamento unno (atto I e III) o romano (atto II). L’intuizione del cambio di luogo – data la staticità della scena plastica – è facilitata dalle innumerevoli proiezioni, prima sul sipario, quindi spalmate sull’intera scenografia, personaggi e fondale. Una soluzione tecnologica, ormai applicata da diverso tempo nell’opera lirica (si basti pensare alla produzione dello stesso Lirico Rigoletto (2018) o la più nota Don Giovanni della Royal Opera House di Londra (2018), ndr.) che, però, rappresenta un’arma a doppio taglio: da una capacità di suggestione iniziale, se non sapientemente dosate, possono ricadere nel kitsch. 

«La tecnologia al servizio del libretto o, se volete, della grande tradizione – ribadisce Stinchelli. Il lavoro di mapping e l’innesto dei video, ora come effetti ora come supporto alle luci ora come post-produzioni ‘narranti’ è un mio must», essenziali in un periodo storico dove le immagini vengono prodotte e fagocitate freneticamente. E proprio per questo, dette proiezioni assumono più il ruolo d’intrattenimento - alla stregua dei social network - alla ricerca di un costante effetto wow, perdendo di vista quello scopo profondamente drammaturgico che gli dovrebbe appartenere, risultando così una soluzione registica superficiale e di scarso gusto estetico. 

Altra nota dolente della produzione sta nei costumi: nonostante l’ambientazione dichiarata sia il V secolo d.C. assistiamo alla fine dell’atto primo, all'ingresso in scena del vecchio romano Leone (Luciano Leoni) ed il suo entourage. Vediamo, infatti, in scena un clero dalle fattezze tipicamente rinascimentali. Un papa, dai paramenti liturgici dorati, indossa sul capo il triregno (simbolo del triplice potere dei papi, storicamente utilizzato a partire dall’epoca medievale, ndr.) e attorniato da cardinali con abito talare e cappello rossi. Nello sfondo l'interno di una chiesa gotica. Ma tale strategia costumista, benché discutibile da un punto di vista filologico, è in parte giustificabile se si prende in considerazione l’influenza esercitata su Verdi, dall’affresco di Raffaello dell’incontro tra Leone Magno e Attila (1513-1514); «Tuttavia è bene ricordare che l’affresco di Raffaello è sensibilmente diverso dalle didascalie del libretto, dove Leone avanza biancovestito a piedi, seguito da donne e fanciulli, non a cavallo e nella pompa dei paramenti papali come in Raffaello: […] l’immagine di Raffaello riproduceva in realtà le fattezze del committente, Leone X» (Elisabetta Fava).

Insomma, dopo una stagione che ha saputo far parlar bene di sé, l’Attila non risulta essere tra i migliori allestimenti andati in scena in questi ultimi anni. Anni, è bene ricordare, dove la qualità delle produzioni ha visto, anno dopo anno, un progressivo miglioramento. 

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