Stagione Lirica 2018: torna la Madama Butterfly

L'incanto del Giappone perduto approda al Lirico di Cagliari

10 Maggio 2018 -

Madama Butterfly, seconda opera in programma della stagione Lirica e di Balletto 2018 (già apertasi con la coppia Turandot – Suor Angelica), andata in scena dal 6 al 15 aprile, è una delle opere più iconiche e complesse composte tra il XIX e XX secolo.

Sebbene musicalmente meno maestosa della successiva Turandot (che, è bene tener a mente, rappresenta l’apice artistico di Puccini), la sua trama riesce comunque a rapire lo spettatore, catalizzandogli l’attenzione sulla protagonista: la giovane, ormai ex geisha, Butterfly.

La tragedia giapponese, composta in tre atti e scritta dai librettisti Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, vede un ufficiale della Marina Militare Statunitense, F.B. Pinkerton, sbarcato a Nagasaki che, con spirito d’avventura, si unisce in matrimonio con la quindicenne Cho Cho San (ovvero Madama Farfalla, da cui il nome inglese "Butterfly"), ripudiandola dopo un mese dalle nozze. Pinkerton torna in patria abbandonando la giovane sposa. Questa, innamorata dell’americano, non perde fiducia nel rivederlo, pur struggendosi nella lunga attesa col figlio avuto da quel matrimonio. Pinkerton tornerà in Giappone dopo tre anni, accompagnato da Kate, sua moglie, regolarmente sposata negli Stati Uniti, con l’intento di prendere con sé suo figlio – del quale aveva avuto notizia da Sharpless, console a Nagasaki. Solo davanti a questi fatti Butterfly si rassegna: il sogno di vivere la vita accanto all’uomo che amava si è infranto e, con ciò, la sua vita. In silenzio, decide di togliersi la vita secondo il tradizionale rito del Jigai.

L’allestimento del Teatro del Giglio di Lucca, lo stesso presentato in occasione del centenario dell’opera, nel 2004, presenta «una ricostruzione fedele di una casa giapponese di inizio ‘900» (scrive Aldo Tarabella nel libretto) creando così un «Habitat naturale» nel quale i personaggi si muovono con eleganza. L’intera ambientazione – statica per tutti e tre gli atti – crea, con la complicità degli alberi di ciliegio sullo sfondo, una cornice fiabesca alle vicende sopra descritte.

Sebbene nel complesso si tratti di una produzione gradevole, il risultato finale si posiziona al di sotto delle aspettative. La teatralità è subordinata alle musiche del compositore lucchese: l’intera scenografia risulta un superfluo abbellimento del palcoscenico, perdendo quasi ogni sua utilità. Il connubio – che spesso troviamo nella maggior parte delle produzioni liriche approdanti nel teatro cagliaritano – canto-recitazione qua è presente nel suo minimo indispensabile. Insomma, una regia che, volontariamente o meno, ha preferito una certa staticità dei personaggi, piuttosto che impreziosire la scena con gestualità coerenti.

Degno di nota, però, è l’apparizione di Butterfly nell’atto primo: incorniciata dagli ombrellini di carta tradizionali portati dalle serve, come si trattasse di un bene prezioso. Scena a dir poco suggestiva, amplificata dalle note dell’aria Ancora un passo or via; così come la cascata di petali dal cielo della scena in apertura del terzo atto.

Discutibile, invece, il momento conclusivo dell’opera durante il suicidio della protagonista. Cho Cho San decide infatti di eseguire il rito del Jigai, in una stanza con la compagnia del figlio, bendato dalla madre per impedirgli la vista della raccapricciante scena. Nella mise-en-scène di Tarabella assistiamo ad una centralizzazione dell’atto – la protagonista è infatti al centro della scena teatrale maggiormente illuminata, ma non centrale: sul palcoscenico sono presenti anche la serva fedele Suzuki e il console, distribuiti nei diversi angoli che la scenografia offre. Pinkerton giunge in scena subito dopo il terribile gesto gridando invano «Butterfly». È troppo tardi: preso dal dolore si accascia su un pilastro della struttura, non giungendo nel centro della scena assieme alla protagonista. Un finale, questo, privo della spettacolarità alla quale ci siamo abituati con diverse produzioni della stessa Madama Butterfly, o la maggior parte delle opere come La Tosca, La Bohème, Aida o Turandot, ma certamente efficace a far recapitare un senso di disorientamento – forse misto ad una quasi apaticità – vissuto dai personaggi in questione.

Certamente un’opera particolare, amata o odiata, carica di pathos che, in un modo o nell’altro, al di là di chi la metta in scena, riesce quasi sempre ad esprimersi. Magari non al meglio, come nella produzione che abbiamo osservato questa stagione al Teatro Lirico di Cagliari, lasciando un po’ l’amaro in bocca, come se orchestra, cantanti e regia non siano riusciti ad esprimersi al meglio, lasciando qualcosa di non detto; un qualcosa che se osato avrebbe certamente fatto la differenza.

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