Quel giorno sulla Luna

Così si conclude la quadriennale collaborazione tra Unica LGBT e Ferai Teatro

15 Maggio 2018 -

Ferai Teatro, nella persona di Andrea Ibba Monni, ha tentato anche quest’anno di preparare un gruppo di quaranta ragazzi universitari - tramite un corso di teatro rivolto agli studenti dell’Università degli Studi di Cagliari, in collaborazione con l’associazione universitaria UNICA LGBT - in prospettiva della rappresentazione scenica de Quel Giorno sulla Luna, prequel ideale de Se il Sole Muore (anch’esso frutto della collaborazione tra l’associazione universitaria e la compagnia teatrale), andato in scena lo scorso anno.

Lo spettacolo, andato in scena sul palco dell’Auditorium Comunale di piazzetta Dettori (Cagliari) domenica 13 maggio 2018, vede una quarantina di ragazzi nei panni di omosessuali (maschi e femmine) prima tedeschi, che subiscono il sopruso della deportazione nei campi di concentramento; italiani e americani poi. La maggior parte dei quali alle prime esperienze di teatro.

L’opera si potrebbe per così dividere in due filoni principali: pre e post Seconda Guerra Mondiale, sebbene il cambio di periodo storico sia difficile da capire - essendoci una quasi totale assenza di cambi di luce, scena e abito.

Nel suo complesso, benché l’idea di fondo sia ammirevole, si posiziona al di sotto delle aspettative, sia dal punto interpretativo (ma comunque giustificabile, trattandosi del saggio di fine anno di un corso durato appena 27 ore, e con attori non professionisti), sia registico.

Una regia, infatti, del tutto che impeccabile: l’elevato numero di personaggi causano spesso nelle scene una confusione - difficilmente spiegabile come "artistica" o "funzionale" - che rende ancor più complesso seguire al meglio la sinossi dell’opera.

Consapevole del fatto che in un tempo così limitato è quasi impossibile fare miracoli, il corso pare non aver dato quelle basi drammaturgiche fondamentali. Aspiranti attori che non sono stati in grado di portare la voce: più volte ho faticato a seguire le battute recitate. Ciò contornato da una dizione del tutto assente, con un accento sardo decisamente marcato dalla maggioranza dei ragazzi - alcuni dei quali inesperti e inabili all’interpretazione di un testo, anche scritto, ricorrendo a toni e soluzioni recitative poco naturali, accompagnata da una mimica ingessata.

Se il soggetto scelto di per sé sia tutt’altro che leggero, gli intermezzi musicali hanno avuto un effetto decisamente contrario dall’ordinario, finendo per sovraccaricare ulteriormente la scena - e non di pathos. Intermezzi (sia cantati in live da attrici, che registrati come nel caso di Singing in the Rain) che dovevano essere funzionali a delle poco chiare scene coreutiche pseudo romantiche tra due amanti.

Dalle leggi razziali del Reich alla Liberazione, passando per i campi di sterminio nazisti. Arrivando per una carrellata degli avvenimenti topici degli anni sessanta: le morti di Papa Giovanni XXIII, J.F. Kennedy, Marilyn Monroe; l’allunaggio; i moti sessantottini sparsi nel mondo. Il tutto per concludersi con il racconto dei Moti di Stonewall a New York City, con testo palesemente tratto dall'omonima pagina Wikipedia.

Lo spettacolo è altresì un'emulazione della Passione di Cristo in chiave gay: dai campi di concentramento (Golgota) al primo Gay Pride della storia (la Resurrezione).

Insomma, all’occhio dello spettatore, lo spettacolo risulta un grande calderone trattante argomenti spesso di attualità - la libertà di espressione e di essere se stessi, piuttosto che un sapiente missaggio di periodi storico-culturali e luoghi geografici diversi, ma il filo conduttore è forte e chiaro: l’omosessuale è il martire del nostro millennio. Almeno secondo la visione particolarista di Ferai Teatro e del suo discusso regista Andrea Ibba Monni.

 
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