Matrimoni, Tradimenti e Beffe a Teatro

La dimostrazione che anche all'opera è possibile divertirsi

4 Maggio 2019 -

Altro, imperdibile appuntamento del Teatro Lirico di Cagliari, è andato in scena ieri sera, 3 maggio, per la prima di una lunga serie di recite, il dittico operistico La Cambiale di Matrimonio - Il Campanello.

La produzione in questione vede alla regia Francesco Calcagnini (che per il Lirico già aveva curato, nel 1999, un Barbiere di Siviglia) e Davide Riboli, le luci di Emiliano Pascucci, costumi, progettazione ed elementi scenici l’Accademia di Belle Arti di Urbino, in collaborazione con Paola Mariani, nonché il Maestro Alvise Casellati nelle vesti di maestro concertatore e direttore d’orchestra.

La Cambiale di Matrimonio (Rossini, 1810), che a Cagliari venne eseguita solamente due volte (al Teatro Massimo, 1954 e nell’Auditorium del Conservatorio, 1990) è, tutto sommato, un’operetta dalla trama semplice, nonché classica. La vicenda si svolge nella «sala nella casa di Mill, semplicemente elegante», dove «il ricco mercante inglese Tobia Mill (Vincenzo Taormina) si accorda col suo corrispondente coloniale in America, Slook (Pier Luigi Dilengite), per dargli in moglie la sua unica figlia Fanny (Claudia Muschio)», in cambio di una «cospicua somma». Dall’altra parte, la bella Fanny ama, riamata, il non abbastanza ricco Edoardo Milfort (Filippo Adami). In loro aiuto arriva l’assistente Norton (Nicola Ebau), che fa passare Milfort come il suo nuovo computista. Finalmente giunge l’americano Slook, direttamente dal Canadà, con il suo fare goffo – che aiutano a dipingere uno stereotipo sull’americano, lontano dai modi e dagli ambienti altolocati europei – si assicura imbarazzo e fastidio in terra britannica, eccezion fatta per Mill: proprio grazie alla semplicità e schiettezza dei modi di fare d’oltreoceano, è sempre più convinto che le nozze pattuite, con una singolare cambiale di matrimonio, sia un buon affare. I due innamorati, dunque, cercano in tutti i modi di far cambiar idea a Slook, arrivando a minacciarlo. È però l’astuzia di Norton che, più di tutti, ha la meglio: l’assistente, infatti, fa balenare l’idea che «il capitale acquistato sia già ipotecato». Scoperto, dunque, l’amore tra i due, il canadese decide di farsi da parte, senza però far naufragare il lucroso affare stabilito con il padre.

Prima opera di Rossini, all’epoca diciottenne, nella quale dimostra tutto il suo ingegno e valore artistico, ricorrendo ad una scrittura musicale vivace, che nei suoi concertati guardano già verso un futuro stilistico, per poi tornare nuovamente a forme consolidate, quali il recitativo secco, qui accompagnato dal clavicembalo. Aspetto curioso del libretto sta, sicuramente, nella sua grande adattabilità a produzioni ed idee registiche, che si scostino dall’idea originaria; un evergreen, benché basata su un testo che in diversi punti è chiara espressione del suo tempo: a tal proposito è infatti iconica la battuta di Norton, con la quale viene, di fatto, palesata la condizione delle fanciulle dell’epoca (prima metà dell’ottocento): «L’Americano è semplice. Ha creduto che le spose in Europa siano manifatture da negozio: e in parte non s’inganna», seguita poi dall’apparente spensierata aria Anch’io son giovine, di Clarina (Martina Serra).

L’allestimento della recita, che come abbiamo detto è in collaborazione all’Accademia di Belle Arti di Urbino, nonché in coproduzione con il Rossini Opera Festival (Pesaro), ha un’ambientazione a cavallo tra Ottocento e Novecento, dove il colore rosso - usato dal pavimento del proscenio, al colore delle lanterne, le motociclette, l’abito di Fanny – diviene quasi soffocante, tingendo tutte le scene delle sue varie sfumature. Originalità per il Lirico, ma non tanto per il panorama europeo, è senza dubbio il fondale: un susseguirsi di proiezioni video colorate (ma comunque dominate dal rosso) con uno spiccato stile avant-garde, a tratti esagerate, che a momenti possono distrarre lo spettatore. Si tratta di un chiaro riferimento al futurismo: in ragione di ciò, in questa produzione Mill diviene alter ego naturale dei Fratelli Benelli, con le loro motociclette rosse presenti in scena, conferendo quell’ideale di velocità che, in un certo senso, caratterizzano l’opera stessa.

Il Campanello, o Il Campanello dello Speziale (Donizetti, 1836), che vede il suo debutto a Cagliari già nel 1841, presso il Teatro Civico (per essere poi nuovamente eseguita presso lo stesso altre 4 volte, nel corso della seconda metà dell’Ottocento), ma non più interpretata dopo la stagione del 1956, del Teatro Massimo – in abbinamento a Lo Straniero di Pizzetti, presenta una struttura musicale ed una trama ben più elaborata rispetto alla farsa rossiniana. D'altronde si tratta di una piéce del repertorio del bergamasco, scritta e presentata al pubblico quando il compositore era all’apice del suo successo (l’anno prima, nel 1835, è infatti la volta di Lucia di Lammermoor). Ambientata a Foria, sobborgo di Napoli, Donizetti ci riporta la vicenda ironica, ma non troppo, di Serafina (Claudia Muschio), Don Annibale Pistacchio (lo speziale, Vincenzo Taormina) ed Enrico (Luca Micheletti). Il sipario si alza sulle nozze contratte tra Serafina e Don Annibale: alla festa irrompe Enrico, ex amante, e segretamente riamato, di Serafina, il quale tenta tramite «fantasiosi espedienti» di evitare che Don Pasquale consumi il matrimonio. Dunque «il campanello diventa diabolico strumento» fine a questo scopo: una legge appena entrata in vigore obbliga, infatti, tutti gli speziali a fornire i suoi prodotti medicinali a chi ne faccia richiesta, anche di notte. Enrico, dunque ne abusa, presentandosi «ora travestito da damerino francese, indi da cantante che ha perduto la voce, infine da vecchio». Arriva l’alba: Don Annibale deve necessariamente partire con la diligenza per Roma, dove l’attende l’apertura del testamento di una sua zia, lasciando Serafina illibata a casa.

Si tratta, forse, di una delle partiture più attuali di Donizetti: la storia raccontata, nella sua tragicomicità sembra rappresentare, meglio di qualsiasi altro lavoro contemporaneo, quella che oggi giorno pare essere una "norma" delle relazioni amorose.

Nell’immaginario di Calcagnini e Riboli, l’ambientazione del secondo atto unico in programma, presenta una scenografia decisamente ben curata, che riproduce verosimilmente un banchetto nunziale (tra intimi) a metà strada tra il vittoriano e bohème. Anche qua abbiamo un fondale proiettato, questa volta pressoché statico: abbiamo, infatti, pochissimi cambi, il tutto, per contro, con una preponderanza del verde – come riflesso cromatico alla professione del povero Don Annibale.

In questa seconda operetta vediamo, dunque, la preziosa esibizione di Claudia Muschio, che se ci ha fatto innamorare ne La Cambiale, qua sicuramente è riuscita a trasportarci vivacemente nel dramma donizettiano. Immancabile una figura di spicco, com’è stata quella di Luca Micheletti, egregio interprete, abile seduttore, che nonostante le avversità della scrittura musicale del compositore bergamasco, ha saputo dominare indiscussamente il palcoscenico, meritandosi un’ovazione di prim’ordine già sulle note della difficile aria Mio signore venerato, qua in duetto con Vincenzo Taormina. Quest’ultimo, interprete di ugual bravura, che ha saputo interpretare al meglio figure tragicomiche, come quella dello speziale e Tobia Mill. Il tutto dovuto anche all’esperienza di un direttore d’orchestra, Alvise Casellati, che ha saputo dirigere al meglio l’Orchestra del Teatro Lirico di Cagliari. Ma dato che senza un’orchestra, alcun direttore può essere in grado di fare il suo mestiere, grande riconoscimento deve andare anche all’orchestra cagliaritana.

In conclusione, ciò che salta all’occhio dal dittico scelto è un’insita coerenza: ovvero, lo spettatore può percepire che si tratti di un’unica opera, dove la storia (l’amore ricambiato, in parte osteggiato, dei due giovani) ci viene presentata in una sorta di prologo (La Cambiale), seguita dal suo naturale continuum (Il Campanello) - al quale, di fatti, potrebbe mancare un epilogo conclusivo. Altre affinità sono, per così citarne alcune, il conflitto interno dei personaggi secondari - come Clarina e Madama Rosa (entrambe interpretate da Martina Serra), nonché il già citato Norton e Spiridione (Matteo Falcier) - che, comunque, non viene approfondito nel corso dell’atto, i quali fungono da mezzi indispensabili affinché il sentimento dei due giovani trovi trionfale esito.