Come Cagliari ha perso la verginità

La brasiliana "Lo Schiavo" apre la stagione Lirica e di Balletto 2019

28 Febbraio 2019 -

Lo Schiavo - unicum dimenticato di Antônio Carlos Gomes, se confrontata alla ben più nota e rappresentata Il Guarany - in scena al Teatro Lirico di Cagliari dal 22 febbraio al 3 marzo, è probabilmente una delle opere più impegnate del panorama operistico, descrivendo e, da una parte, denunciando lo schiavismo (che in Brasile venne abolito ufficialmente l’anno prima della prima assoluta dell’opera, nel 1888).

Primissimo allestimento in Italia (il che risulta paradossale, dato che la stessa opera venne composta in base ai gusti del pubblico italiano, dovendo debuttare poi al Comunale di Bologna già nel 1887), l’opera divisa in quattro atti, ci reca la storia d’amore osteggiata di due giovani: Américo (figlio del conte Dom Rodrigo) e Ilàra (nativa americana della tribù Tamoyo). Venuto a conoscenza della situazione, il padre - schiavista - decide allora di mandare il proprio figlio a Rio de Janeiro, nella battaglia contro gli indios. Approfittando della sua assenza, con l’aiuto di Giafèra, impone il matrimonio tra Ilàra e Iberè - appartenente alla medesima tribù. Si scopre successivamente che poi gli stessi vengono venduti alla giovane contessa francese Boissy. La stessa donna accoglie in casa sua Américo, per il quale nutre un profondo affetto. Poco ci vuole che il giovane portoghese si accorga della presenza della sua amata, alla quale notizia di contratto matrimonio s’infiamma di gelosia. Una volta liberati, gli indiani tornano a vivere nella foresta. Iberè cerca quindi di conquistare il cuore della giovane, senza però riuscirvi. Ilàra confesserà il proprio patto di fedeltà stretto con il figlio di Rodrigo. Américo viene imprigionato dai Tamoyo, portato al cospetto del capo tribú, lo stesso Iberè. Il lusitano verrà poi liberato dallo stesso, in segno di profondo riconoscimento, dato che prima della sua partenza per Rio, lo stesso Américo lo aveva liberato dalla schiavitù. Ilàra decide quindi di scappare assieme al giovane. Per tale atto, notato dal resto della tribù, gli indigeni si scagliano contro lo stesso Iberè, accusandolo di tradimento. Costui si uccide, offrendo la sua vita in cambio di quella degli amanti, così permettendo loro di essere felici per sempre.

La rappresentazione inizia ben prima che le luci si spengano nel maestoso auditorium teatrale. Nel foyer, infatti, si viene accolti da degli attori truccati come le comparse ed il coro dell'opera in cartellone, striscianti sul suolo, agonizzanti - tant'è che diversi gli si rivolgevano chiedendo se stessero bene, o se necessitassero di un soccorso medico. Si tratta di fatto della rappresentazione, pressoché palese, del messaggio dell’opera, mediato dagli occhi e  mente del regista Davide Garattini Raimondi. Una natura viva e coinvolgente, tuttavia, sofferente e piegata ai piedi degli uomini dominatori, creando una netta analogia con gli indios, chiamati in causa dal librettista Rodolfo Paravicini.

Inizia il preludio, il sipario si solleva mostrando una ambientazione immersa nella foresta Amazzonica, con liane pendenti dal cielo del palcoscenico. La scenografia, originale del Lirico di Cagliari, in coproduzione con il Festival Amazonas de Ópera di Manaus (Brasile), che a tratti richiama quelle di Damiano Michieletto (in particolar modo per le luci, l'uso nel fondale di teli di plastica lucidi e la vera sabbia presente sul proscenio per tutti e quattro gli atti, ndr.) e di Netia Jones (in riferimento al suo Die Zauberflöte, ndr.), altalenante tra l'esotico e il bucolico, rendendola esteticamente un'opera ben confezionata, di una qualità superiore rispetto a numerose produzioni dello stesso Lirico.

Si tratta di un'opera concepita come una grand opéra, dove i concertati, interludi e balletti divengono ridondanti (particolar modo nel secondo atto, ndr.) - benché utili dal punto di vista drammaturgico, per la pittura di quadri introduttivi alle vicende dei protagonisti. Basti pensare all'iconica Alvorada (lett. alba, ndr.), sinfonia nella quale la forza della natura trova un'imponente trasposizione in musica, rendendo la trama spezzata, causando allo spettatore un leggero spaesamento.

Degna di nota è la conduzione registica, di elevata fattura. Diversamente a quanto successe con la Madama Butterfly, qui non troviamo scene statiche: sempre è presente un qualche movimento scenico, di comparse o personaggi secondari, anche quando i protagonisti si esibiscono sulle preziose arie - come se si trattasse di una storia parallela. Incerto se si possa parlare di horror vacui, sta di fatto che tale ingegno conferisce all’intera mise-en-scène una dinamicità unica.

Sebbene, come detto prima, l’opera risulti esteticamente gradevole, la produzione cagliaritana soffre di grandi pecche. In generale la conduzione della recita, sotto l’incerta bacchetta di John Neschling, risulta appena sufficiente. Nello specifico (specie nel primo atto) più volte è risultato impossibile sentire le voci dei solisti - il che va ad indicare principalmente due problemi: o i cantanti non adeguatamente preparati, oppure una direzione maldestra e poco attenta - ma che senza dubbio, nei grandi concertati, ha dato dimostrazione delle proprie potenzialità. Di contro, il coro si è esibito in maniera pressoché impeccabile, conferendo l’adeguata enfasi che quest’opera merita.

Altro fatto inaspettato sta nella scarsa affluenza che, almeno nella replica del 26 febbraio, ha colpito il teatro. Una sala vuota per quasi la metà - nonostante al botteghino risultasse sold out -, probabilmente causato dalla diffidenza del pubblico cagliaritano verso titoli inediti o, non facenti parte dell’ormai consolidato repertorio operistico europeo.

Senza dubbio, non si tratta della miglior opera prodotta dal teatro (il quale ha probabilmente dato il meglio di sé con il Rigoletto, opera conclusiva della stagione 2018), ma che comunque riveste un gran potenziale, sia musicale che simbolico.

In conclusione, comunque, ci si può solamente complimentare con la Fondazione del Teatro Lirico, per la sua audacia nel proporre il primo allestimento italiano de Lo Schiavo - sperando che in futuro possa essere riproposto, con più cura ed esito. Auspico, inoltre, che si possa giungere ad una trasmissione in live streaming (seguendo l’esempio della fondazione europea Opera Vision), o una più semplice registrazione, e relativa commercializzazione.